{"id":438,"date":"2012-11-15T17:39:50","date_gmt":"2012-11-15T16:39:50","guid":{"rendered":"http:\/\/www.bottlingtechnology.com\/?p=438"},"modified":"2014-12-17T22:47:29","modified_gmt":"2014-12-17T21:47:29","slug":"italiano-impianti-alimentari-tra-estero-e-hi-tech","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.bottlingtechnology.com\/it\/italiano-impianti-alimentari-tra-estero-e-hi-tech\/","title":{"rendered":"Impianti alimentari tra estero e hi-tech"},"content":{"rendered":"<p>PARMA. Dal nostro inviato<br \/>\nLa multinazionale e l&#8217;artigiano sono ancora vicini di fabbrica. La crisi ha ridotto i margini di entrambi e costretto a chiudere alcune decine di piccoli conterzisti della filiera, ma nonostante si navighi a vista con ordini a singhiozzo e occupazione stagnante, il distretto della food machinery di Parma resta un&#8217;eccellenza della meccanica made in Italy. La scommessa \u00e8 sposare la riconosciuta qualit\u00e0 tailor made degli impianti emiliani con una nuova cultura di sostenibilit\u00e0 ambientale, facendo leva su tecnologie green ed elettronica. Nonostante gli umori cupi degli operatori, la resilienza del settore di riferimento \u2013 l&#8217;anticiclica industria alimentare \u2013 e la forte vocazione ai mercati esteri che assorbono oltre il 70% dei volumi, si specchiano anche quest&#8217;anno in un ottimo trend dell&#8217;export (+22,3% nei primi sei mesi, dopo il +15,2% del 2011, secondo il Monitor Intesa Sanpaolo) che tiene saldi sia i ricavi delle 176 aziende del cluster sia il lavoro di oltre 8mila addetti.<br \/>\nI numeri<br \/>\nLa crisi offusca il sentiment del distretto ma non le performance oltreconfine. \u00abGrazie alla domanda estera \u2013 conferma Giovanni Foresti del servizio Studi e ricerche di Banca Intesa Sanpaolo \u2013 l&#8217;impiantistica alimentare di Parma ha preservato nel corso dei decenni la sua filiera specializzata, sinonimo di flessibilit\u00e0 del distretto e macchine a misura del cliente\u00bb. Una leadership indiscussa in Italia e contesa sui mercati globali a big nordeuropei e americani. Nata alla fine dell&#8217;Ottocento per rispondere alla domanda dell&#8217;agricoltura locale di conservare e trasformare il prodotto dei campi, pomodoro in primis (si ha notizia di un centinaio di fabbriche di conserve attive un secolo fa), l&#8217;impiantistica alimentare \u00e8 andata poi diversificando in tutti i comparti del food fino ad allargare l&#8217;operativit\u00e0, negli ultimi decenni, alle bevande. Il passaggio delle frontiere risale gi\u00e0 alla fine degli anni Settanta, per seguire la domanda l\u00ec dove andava maturando, dal Mediterraneo alla California per poi passare alla Cina negli anni Novanta, quando la terra di Mao divenne il pi\u00f9 temuto concorrente nella lavorazione del pomodoro e le mastodontiche linee di trasformazione, riempimento e packaging \u00abmade in Parma\u00bb venivano installate (e poi copiate) nelle grandi imprese di Stato. \u00abMentre oggi \u00e8 la Russia il primo bacino di riferimento del cluster parmense, seguita da Usa, Spagna, Francia e Algeria, con ottime prospettive in tutta l&#8217;ex Urss\u00bb, precisa Foresti, che monitora un nucleo super-specializzato del territorio che vale 400 milioni di export annuo. Contro i 1.400 milioni di esportazioni stimati invece dall&#8217;Unione parmense degli industriali, su un fatturato dell&#8217;impiantistica alimentare in provincia di circa 2,2 miliardi.<br \/>\nL&#8217;industria<br \/>\nA raccontare l&#8217;evoluzione della food machinery non \u00e8 solo il ruolo crescente dell&#8217;elettronica \u2013 pesava pochi punti percentuali sul valore finito del manufatto trent&#8217;anni fa, oggi anche il 40% \u2013 e la diversa geografia dei mercati, ma anche l&#8217;arrivo di multinazionali che hanno fagocitato marchi storici del distretto e permesso, per contro, un forte progresso tecnologico della filiera. \u00c8 il caso di Simonazzi, passata a Sasib-Cir poi agli svizzeri di Sig e infine, nel 2005, a Sidel, societ\u00e0 francese del colosso Tetra-Laval; o l&#8217;altro specialista dell&#8217;imbottigliamento, la Procomac di Sala Baganza, acquisito cinque anni fa dalla quotata tedesca Gea. Due imperi globalizzati, con filiere produttive lunghissime, oltre il 90% della produzione esportata, ma con un cuore creativo nel Granducato \u00abda preservare\u00bb. Ne \u00e8 convinto Riccardo Rosselli, managing director di Sidel Italia, branch di uno dei primi tre player mondiali nell&#8217;imbottigliamento di bevande, dai soft drink alla birra, che a Parma ha mantenuto un polmone di 950 addetti specializzato nel fine linea e un rapporto costante di make or buy con la filiera locale che garantisce flessibilit\u00e0. \u00abIl nostro mercato \u00e8 sano, perch\u00e9 finch\u00e9 crescono popolazione mondiale e urbanizzazione i consumi di bevande salgono. Ma \u00e8 un business legato a beni di investimento e ci\u00f2 comporta una fortissima ciclicit\u00e0\u00bb, spiega Rosselli che si appresta a chiudere un 2012 \u00abinsoddisfacente\u00bb per fatturato, a causa di ordini arrivati tardi ma che si tradurranno in una crescita per l&#8217;anno a venire.<br \/>\n\u00abIl 2012 sar\u00e0 un anno di recessione \u2013 conferma Giacomo Magri, presidente di Acmi (impianti completi hi-tech per il beverage) e caposezione dell&#8217;impiantistica alimentare della Confindustria provinciale \u2013, ma qualche raggio di luce si inizia a vedere. Il problema \u00e8 che la qualit\u00e0 non viene pi\u00f9 apprezzata e valorizzata appieno, superata sempre dall&#8217;attenzione al prezzo. Questo penalizza una filiera che, seppur indebolita, resta il baluardo del nostro know-how tecnico e della nostra competitivit\u00e0\u00bb. In mani locali \u00e8 rimasta la Cft Rossi Catelli (suo dal 2000 anche un altro brand simbolo del distretto, Manzini), nata con la lavorazione del pomodoro 50 anni fa e tutt&#8217;ora leader mondiale nella nicchia, anche se la stagionalit\u00e0 del business sommata alla saturazione del mercato sta imponendo una drastica riorganizzazione. Ha resistito ai corteggiamenti ed \u00e8 ancora saldamente nelle mani della famiglia Zanichelli la Zacmi, leader negli impianti per riempimento e chiusura di cibo solido in lattine e vetro (come cetriolini e giardiniera Ponti). \u00abSiamo rimasti in pochi di taglia media in Europa nel settore \u2013 spiega l&#8217;ad Giorgio Boselli, da 41 in azienda, pioniere in Cina negli anni Ottanta e oggi pronto a conquistare la Bielorussia \u2013 e l&#8217;incapacit\u00e0 di fare squadra del distretto ci ha reso facile preda di grandi gruppi. Ma su prototipi e macchine personalizzate ad alta tecnologia nessuno ci batte. In Zacmi investiamo il 10% in R&#038;S, contro una media del 3% nel settore, lavoriamo per tutte le multinazionali alimentari del mondo, il 92% del fatturato (22 milioni quest&#8217;anno) \u00e8 export. Non vedo a breve chance di ripresa, perch\u00e9 non si tratta pi\u00f9 di crisi, bens\u00ec di un ridimensionamento strutturale cui, credo, ci dovremo abituare\u00bb.<\/p>\n<p>Il mercato del lavoro<br \/>\nIn due anni l&#8217;impiantistica alimentare ha perso il 25% degli occupati, \u00abesito di ristrutturazioni aziendali che neppure la ripresa dell&#8217;export riesce a rimpiazzare\u00bb, nota Antonella Stasi, segretario della Fiom Cgil di Parma. Quattro anni di crisi ininterrotta per il settore metalmeccanico, con quasi 400 posti di lavoro cancellati solo da gennaio a fine ottobre scorso e con una vera d\u00e9b\u00e2cle del ramo motoristico, fanno sembrare la tenuta della food machinery un ottimo risultato. \u00abEppure \u2013 continua Stasi \u2013 non c&#8217;\u00e8 motivo di stare sereni, perch\u00e9 al di l\u00e0 dei dati ufficiali sulla disoccupazione che continuano a premiare il territorio (Parma partiva l&#8217;anno scorso da un minimo nazionale del 3,7%, ndr) bisognerebbe vedere quanta \u00e8 vera occupazione stabile e quanto lavoro interinale intermittente\u00bb. Quando le aziende si riportano in casa le commesse, come hanno fatto quelle dell&#8217;impiantistica alimentare negli ultimi anni, si ha un duplice effetto negativo: da un lato le piccole imprese artigiane della filiera o chiudono (-10% quelle attive nell&#8217;ultimo anno) o fanno un massiccio ricorso alla cassa in deroga (+33% nei primi dieci mesi del 2012); dall&#8217;altro, le committenti che hanno re-internalizzato la produzione ricorrono a lavoro a chiamata anche per pochi giorni al mese, per non appesantire la struttura dei costi, senza prospettive per i lavoratori con alte professionalit\u00e0 rimasti disoccupati.<br \/>\n\u00abIl problema \u00e8 che si naviga a vista, i budget aziendali vengono disattesi e non c&#8217;\u00e8 un minimo di programmabilit\u00e0 per intavolare trattative sindacali\u00bb, conclude il segretario Cgil, mentre la cronaca provinciale racconta degli scioperi alla Sidel per l&#8217;allungamento dell&#8217;orario di lavoro a 48 ore, della fine del ricorso alla Cig alla Cft ma anche della chiusura della Packital Project con otto persone licenziate. Segnali discordanti di un distretto ormai abituato a fare i conti con gli alti e bassi della domanda, aggrappato ai primi segnali positivi che arrivano dagli ordini.<br \/>\nL&#8217;artigianato<br \/>\n\u00abPrima qui, in 50 chilometri quadrati, c&#8217;era chi faceva l&#8217;impianto elettrico, il motore, il pezzo in metallo, la minuteria, il cassone e la spedizione del macchinario completo. Ora non pi\u00f9: la filiera si \u00e8 allungata a dismisura, \u00e8 rimasta un po&#8217; di intelligence, ma una buona fetta delle lavorazioni \u00e8 finita all&#8217;estero. L&#8217;artigiano si trova a fare i conti con vendite scese del 30% rispetto ai dati pre-crisi\u00bb, racconta Domenico Capitelli, direttore della Cna provinciale. Nel Granducato restano le piccole aziende specializzate nel \u00abmade in Parma\u00bb alimentare, come la Gelmini di Langhirano, leader mondiale nelle linee automatiche per la lavorazione dei formaggi (Parmigiano reggiano su tutti) e di prosciutto e salumi. E restano le lavorazioni meccaniche ad alta complessit\u00e0. \u00abLe officine senza marchio n\u00e9 mercato finale sono sparite \u2013 aggiunge Capitelli \u2013 cos\u00ec come si \u00e8 perso il valore aggiunto dell&#8217;interazione quotidiana tra piccole aziende familiari dell&#8217;alimentare dell&#8217;impiantistica, una contaminazione che ha reso grande il distretto e stimolato costante innovazione\u00bb. <\/p>\n<p>Roberto Bianchi, uno dei soci della Italplast di Fidenza, oggi in effetti non rifarebbe pi\u00f9 la scelta del 1986 di mettersi in proprio a costruire piccoli macchinari di qualit\u00e0 per produrre pasta. \u00abNon c&#8217;\u00e8 pi\u00f9 nessuno oggi nel distretto che parte da zero, come si faceva trent&#8217;anni fa \u2013 racconta \u2013 perch\u00e9 i margini sono a zero, tra aumento dei costi, banche che non finanziano n\u00e9 noi n\u00e9 i potenziali clienti e istituzioni assenti nei percorsi di internazionalizzazione. Esportiamo il 70% dei volumi, tra i 6 e gli 8 milioni ogni anno (fatturare una macchina da 800mila euro a dicembre o a gennaio dell&#8217;anno successivo sposta i pesi) e oggi i nostri principali clienti sono in Sudan, Kazakistan, Uzbekistan, Russia. Per una Pmi come Italplast \u00e8 per\u00f2 molto faticoso investire oltreconfine. Scontiamo l&#8217;incapacit\u00e0 di fare sistema di questo territorio\u00bb. \u00abDovevamo chiudere o vendere cinque anni fa \u2013 conclude Luigi Giuffredi, alla guida con tre soci della Sacma Inox Snc, che dal 1977 produce vasche e impianti per le lavorazioni del latte, dal piccolo caseificio di montagna a Parmalat \u2013 perch\u00e9 oggi ci sono solo problemi: non abbiamo chi ci succede in azienda, nessuno fa credito, le commesse scarseggiano, ma il lavoro \u00e8 altamente specializzato e operai polivalenti non se ne trovano pi\u00f9 o quelli formati all&#8217;interno se ne vanno appena possono\u00bb.<br \/>\n\u00a9 RIPRODUZIONE RISERVATA<br \/>\nIL RATING DEL SOLE<br \/>\nIl punteggio<br \/>\nAttraverso una griglia di 12 variabili ciascun distretto \u00e8 definito nei suoi punti di forza e di debolezza. Nel caso della food machinery di Parma spiccano in particolare produttivit\u00e0, internazionalizzazione e innovazione. Pi\u00f9 in ombra la capacit\u00e0 di fare rete.<br \/>\nPUNTI DI FORZA<br \/>\n1<br \/>\nPRODUTTIVIT\u00c0<br \/>\nLa flessibilit\u00e0 e la capacit\u00e0 di declinare<br \/>\nil prodotto in base alle esigenze della clientela sono i plus del distretto parmense ai quali si deve la leadership in a ambito europeo. Sono il frutto di oltre un secolo di collaborazione sia con la filiera alimentare del territorio sia con la rete di subfornitura, che seppur indebolita, \u00e8 tuttora competitiva<br \/>\n2<br \/>\nINTERNAZIONALIZZAZIONE<br \/>\nLa globalizzazione si legge nella presenza<br \/>\na Parma di multinazionali come Sidel e Gea e nella forte vocazione all&#8217;export (70% dei ricavi) dell&#8217;impiantistica alimentare. La debolezza della domanda europea impone per\u00f2 un ulteriore passo, per presidiare i mercati in forte crescita dell&#8217;ex Urss non solo a livello commerciale ma produttivo<br \/>\n3<br \/>\nINNOVAZIONE<br \/>\n\u00c8 una moneta a due facce quello della R&#038;S nella food machinery, dove prevale la cultura del prodotto e quindi di innovazioni incrementali (facilmente imitabili e inefficaci per tutelare a lungo la propriet\u00e0 intellettuale), mentre latita l&#8217;innovazione radicale. Non a caso la concorrenza dei costruttori asiatici \u00e8 sempre pi\u00f9 pressante<br \/>\nPUNTI DI DEBOLEZZA<br \/>\n1<br \/>\nOCCUPAZIONE<br \/>\n\u00c8 in calo il mercato del lavoro nel distretto (oltre 8mila addetti secondo le ultime stime) di riflesso a una crisi che ha indotto<br \/>\ni committenti a internalizzare fasi produttive e i piccoli a chiudere.<br \/>\nSi stanno perdendo maestranze altamente qualificate che il sistema formativo locale non \u00e8 in grado di rimpiazzare<br \/>\n2<br \/>\nATTRATTIVIT\u00c0<br \/>\nIn un distretto meccanico a medio-bassa tecnologia e soggetto a una forte pressione concorrenziale da parte di Paesi a minor costo di manopera, i deficit territoriali pesano pi\u00f9 che altrove. \u00c8 il caso di Parma, che oltre a scontare i gap del sistema-Paese paga la carenza infrastrutturale e lo stop a investimenti pubblici nell&#8217;ultimo ventennio<br \/>\n3<br \/>\nCAPACIT\u00c0 DI FARE RETE<br \/>\nL&#8217;individualismo dell&#8217;imprenditore parmense \u00e8 un limite ammesso da tutti,<br \/>\nbig e piccoli artigiani. In un distretto in cui su quasi 180 imprese neppure 30 superano i 50 dipendenti, l&#8217;isolazionismo dei singoli agevola l&#8217;opera di fagocitazione da parte<br \/>\ndi imprese pi\u00f9 grandi e in particolare<br \/>\ndelle multinazionali straniere<\/p>\n<p>Ilaria Vesentini.<\/p>\n<p>TESTO TRATTO DA  &#8220;IL SOLE 24 ORE&#8221; 15 NOVEMBRE 2012.<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>PARMA. Dal nostro inviato<br \/>\nLa multinazionale e l&#8217;artigiano sono ancora vicini di fabbrica. La crisi ha ridotto i margini di entrambi e costretto a chiudere alcune decine di piccoli conterzisti della filiera, ma nonostante si navighi a vista con ordini a singhiozzo e occupazione stagnante, il distretto della food machinery di Parma resta un&#8217;eccellenza della meccanica made in Italy. 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